Fulvio Bressan @ Enocratia

Fulvio Bressan

Un mese fa Davide mi dice “Lunedì 6 febbraio ho qui Bressan con Giuseppe Di Martino, venite?”.

Solo sentirlo nominare mi ha riempito il naso di pepe e chiodi di garofano, profumi importanti e trasversali nella sua produzione: rispondere “Sì, certo che ci siamo!” è stato automatico.

Ho incontrato Fulvio per la prima volta a Vini di Vignaioli, lo scorso ottobre: l’esuberanza del suo Schioppettino mi aveva impressionato per intensità e freschezza, ritagliandosi uno spazio preciso e importante nel mezzo di una giornata densa di assaggi tutt’altro che banali. In quell’occasione, complice lo stordimento, la novità (era per noi la prima volta a una fiera del vino, per quanto a misura d’uomo) e il carosello di degustazioni mi ero perso buona parte del lato umano del vignaiolo… Riflettendoci ora, onestamente mi chiedo come sia stato possibile, perché Fulvio è un vulcano, è schietto, è tagliente, è franco e tutte queste cose uno le scopre molto in fretta.

Ho capito un po’ di più l’uomo grazie al bel documentario di Winestories, ma soprattutto all’infaticabile cavatappi di Davide che nelle tante serate passate nel suo locale mi ha presentato il Bressan vino nelle sue varie declinazioni.

E lunedì scorso il Bressan uomo ha espresso il Bressan pensiero attraverso parole e bottiglie di peso e valore ragguardevoli, in una cornice, quella di Enocratia, a me cara, fatta di aria di casa, di amici e di sostanziale piacere enogastronomico e sociale.

La poetica di Fulvio nasce dal rispetto della vigna e dalla consapevolezza che lì si determina in modo inevitabile ciò che andrà a finire in bottiglia. Dalla volontà di agire il meno possibile in cantina derivano le scelte fatte sui vitigni, sulla loro resa, sui trattamenti (assenti): nel suo peregrinare tra i tavoli si ferma a parlare con noi, il complimento scatta istantaneo e lui lo placca, massiccio “Io non ho mica fatto niente, io ho solo scelto dell’uva sana, questo faccio, coltivare poca uva sana, al resto ci pensa lui” e indica il vino nei nostri bicchieri. Prosegue deciso nel demolire la denominazione, i limiti per lui assurdi della solforosa aggiunta ed esemplifica con vigore cosa pensa dei lieviti selezionati: un talebano, per sua stessa ammissione, ma il liquido (Pignol, Verduzzo, Schioppettino, Pinot nero, Rosantico) che di volta in volta riempie il nostro bicchiere gli dà ragione, anche il giorno dopo, dove l’emicrania che dà il nome a questo blog non si è presentata.

È passata una settimana da quella sera.

Pepe e chiodi di garofano ancora in testa.

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