Quando l’ossigeno non scalfisce

Barbacarlo e Sancerre

Come per ogni materia, credo che un percorso di comprensione del vino sia fatto di esperienze dirette, di confronto attento con chi ha competenze, di aspetti che si imparano a riconoscere e che portano alla formazione di una personale base critica, un vero e proprio armamentario analitico.

Nella mia neonata cassetta degli attrezzi di analisi enoica due strumenti stanno assumendo un’importanza nodale e non credo sia casuale che entrambi riguardino il giorno dopo.

Il primo strumento è capire come mi sento io dopo aver bevuto, specialmente quando mi capita di esagerare: è un dato di fatto che più il vino è sano minori sono gli strascichi, le emicranie, i dolori di stomaco, portandomi inevitabilmente a scegliere cosa bere in funzione del mio benessere. Arriva poi la curiosità e la ricerca del perché un vino mi fa del male e un altro no: ho scoperto così l’influsso dei solfiti e ho imparato ad apprezzare dal basso l’essere biologico o biodinamico di un vino, cercando di evitare scelte di campo modaiole e basandomi sulle risposte del mio organismo, a volte anche troppo eloquenti per non essere ascoltate con attenzione.

Il secondo strumento è capire come si sente il vino il giorno dopo essere stato aperto: che violenta delusione è stata scoprire quanti vini temono l’ossigeno e diventano irriconoscibili, addirittura imbevibili. Opinione diffusa tra le persone a cui riconosco grande autorevolezza in campo enoico è che l’utilizzo di lieviti selezionati porti a un più rapido decadimento delle caratteristiche organolettiche del vino, una volta aperta la bottiglia. Non posso dire se è sempre così, soprattutto non mi interessa assumere una posizione integralista, sarebbe fin troppo facile, ma resta il fatto che la mia esperienza, e la statistica, corroborano questa tesi.

Ragiono su due bottiglie aperte recentemente: il Barbacarlo 2006 di Lino Maga (croatina, uva rara, ughetta) e il Sancerre 2010 di Vacheron (pinot nero).

Il Barbacarlo non è durato che lo spazio di una cena, scelto da Anna per festeggiare il suo compleanno e a questo scopo piacevolmente sacrificato. Ma dopo aver avvinato i bicchieri e averli riempiti, rimasto col naso incollato a uno dei profumi più buoni che abbia mai sentito, è stato inevitabile pensare al surreale pomeriggio passato con Lino Maga qualche mese fa. In quell’occasione un fatto mi aveva colpito particolarmente, un aspetto di cui penso però di non aver scritto: tutte le annate che abbiamo assaggiato venivano da bottiglie aperte da tempo, alcune ormai quasi finite, eppure il liquido era assolutamente, totalmente intatto. Vivo. E vegeto 🙂

Il Sancerre, argomento di un divertito scambio di tweet tra me e l’amico (mi permetto l’utilizzo dell’inflazionato termine) Niccolò Desenzani generato dalla confusione tra il più famoso Sancerre bianco (sauvignon blanc) e questo semisconosciuto rosso (pinot noir), è una recente scoperta. Acquistato lunedì scorso, solo una volta arrivato a casa mi sono accorto che è un prodotto biologico e biodinamico. Bevuto nell’arco di tre sere, si è presentato ogni volta intatto, integro, godibile: penso con gioia alla bottiglia gemella adagiata tra le altre in cantina.

Con un po’ meno gioia penso alle bottiglie dei vini non buoni che ho acquistato in passato, qualcuna ancora occhieggia ruffiana dalla cantina e io non posso che chiedermi quanti soffritti dovremo sfumare io e Anna per riuscire a liberarcene: non che siano tantissime, ma nel soffritto non va poi così tanto vino…

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