ed è di nuovo Barbacarlo, ma con l’amaro in bocca

Davide, Samuele e Lino

al telefono

AV “Salve, abbiamo un ristorante e vorremmo acquistare il suo vino…”
LM “Dove siete?”
AV “In centro a Milano, le posso mandare l’indirizzo per la spedizione…”
LM “Ma va, siete vicini: potete venirlo a prendere voi!”

Anna (Vitolo, Enocratia insieme a Davide Mingiardi) mi racconta ridendo la telefonata di fine marzo con Lino Maga, il signor Barbacarlo. Le sei bottiglie di Barbacarlo 2006 che gli avevo portato sono piaciute, sono finite e c’è voglia di prenderne altre: la soluzione è a portata di mano e si preannuncia piacevole. Chiamo Maga e chiedo se domenica 15 aprile è in bottega nel pomeriggio: “Son qui.” e sorrido pensando che quell’uomo sa come far sentire uno a disagio al telefono.

un passo indietro

Martedì dopo Pasqua, reduce da alcune vicissitudini, sento il bisogno di farmi un regalo, sorta di atto di consolazione. Entro fiducioso in quella che senza dubbio è la più importante enoteca pavese, per la prima volta. Entro io ed esce l’unico altro avventore: l’attempato commesso mi scruta serio, io sorrido e chiedo se posso dare un’occhiata, lui emette un sorriso retrattile e mima un “certofacciapure” poco convinto. Comincio a passare in rassegna scaffali non troppo forniti e non troppo invitanti, con la sensazione bruciante dei suoi occhi appiccicati alla schiena. Arrivo di fronte a una parodia di Francia, vedo uno Chablis e mi giro di scatto: lui sobbalza imbarazzato, scoperto nella sua vigilanza oculare. Sorrido e chiedo se mi può dare qualche informazione sul base 2008, si avvicina e snocciola “Comune della Borgogna, chardonnay, annata 2008, questi altri invece sono i Cru…”. Lo guardo e gli chiedo se mi può dire qualcosa che non si evinca dall’etichetta: una nota caratteristica di quello Chablis, qualche curiosità sul vignaiolo, tecniche usate… che ne so, si inventasse una frottola qualsiasi. Lui annaspa e come per giustificarsi “Sa, questo è un negociant, ha vigne un po’ ovunque, buoni prodotti, noi lo distribuiamo… Comunque l’abbiam portato al Vinitaly e non ne abbiamo avanzata nemmeno una bottiglia!”.
…silenzio…
Va bene, chiedo una bottigilia del base 2008. Lui allunga la mano verso la pila delle bottiglie sdraiate, al buio, al sicuro, protette, poi si ferma e decide di darmi la bottiglia in esposizione, in piena luce.
Non dico nulla, ma è in quel preciso istante che decido di non mettere mai più piede lì dentro.

ancora un passo indietro

Pochi giorni prima della mia disavventura Filippo Ronco pubblicava su Vinix un interessante articolo, prendendo spunto dalla lettera scritta da un gruppo folto e assortito di enoteche milanesi e indirizzata a vignaioli e produttori. In estrema sintesi, ma vi invito a leggere, le enoteche chiedono ai produttori di adeguarsi al loro prezzo di vendita, per evitare concorrenza.
…silenzio…
Per chi avesse il dubbio che stia estremizzando, qui trovate articolo, testo integrale della lettera e un significativo corpus di commenti www.vinix.com/myDocDetail.php?ID=6145

Arriviamo in via Mazzini a Broni in ritardo, colpa di un pranzo luculliano e di una piacevole chiacchierata con Giorgio Liberti nel suo accogliente Prato Gaio. Maga ci rimprovera, poi vede il piccolo Samuele in braccio ad Anna e capiamo di essere salvi: lo accarezza con occhi e parole e promette di non fumare… chi lo conosce può apprezzare il valore di questa affermazione!
Ci sediamo al tavolone, noi cinque (io, Anna C, Davide, Anna V e Samuele) attorno, lui al centro.
Comincia il rito degli assaggi, mentre Lino spiega il suo vino e chiede a Davide e Anna di raccontare del loro ristorante.
Milano, Milano… si alza un attimo, lo sentiamo sfogliare qualcosa nel piccolo ufficio e tornare poco dopo con alcuni fogli in mano.

“Io vorrei capire questi signori qua cos’hanno in mente. Mi chiedono di vendere il vino al loro stesso prezzo. Ma è pensabile che io, qui, vi venda il mio vino a 30 euro a bottiglia?”

Quasi non ci credo quando quell’uomo triste mi mette in mano la lettera delle enoteche di Milano. La leggo e la riconosco. La sfoglio e trovo in calce timbri e firme delle enoteche coinvolte. Guardo Davide in faccia e lo vedo passare dall’incredulità a una viva incazzatura.
Con il suo modo flemmatico, con quel gusto narrativo fatto di lente progressioni e ampie digressioni che quasi lo fa assomigliare a un anziano zulu che arringa la propria tribù, Lino si siede di nuovo in mezzo a noi e comincia a parlare delle sue battaglie.
Parla dell’esperimento consorziale e ci porge l’atto di fondazione: leggiamo di idee che appaiono avveneristiche ora, quando a proporle è la nuova leva dei vignaioli del vino naturale. Eppure quelle carte datano 1979. Increduli.
Parla degli interessi dei grossi produttori e di come questi abbiano trovato ogni modo per imporsi sui piccoli, ma soprattutto sul territorio.
Parla di cose che quasi è meglio non scrivere: nomi che si intrecciano e fatti che si esplicano in modo lampante, beffardo e doloroso.
I miei occhi si spostano dal volto di Lino agli occhi di Davide, infine si posano sulle mani del vecchio: Fiorenzo Sartore lo ha scritto in un bel post poco tempo fa, il vignaiolo vero lo riconosci quando gli stringi la mano, ruvida, segnata, sincera, e così sono le mani di Maga.
Mi prende una morsa anche ora, nel rimettere in fila i pensieri a una settimana di distanza: penso ai giovani arrabbiati e al grande vecchio avvolto da una tristezza immensa. Definitiva.

un ulteriore, piccolo inciso (“Ma sì, facciamoci del male!” cit.)

Cominciai a cercare il Barbacarlo per regalarlo a mio padre anni fa, ma allora ero poco intraprendente. Io e Anna abitavamo in Borgo Ticino, quartiere anomalo del centro di Pavia: avevamo un’enoteca sotto casa e decisi di iniziare la ricerca da lì. Quando feci la mia richiesta, l’enotecaria mi squadrò torva e poi chiese con aria strafottente se l’avessi mai bevuto. “No – pensai – se no non sarei qui a chiedertelo”. Ma non l’ho detto, purtroppo. Lei disse che non lo tenevano perché ogni anno era diverso, mai uguale, e questo commercialmente era un grosso problema.

Forse il grosso problema era doversi impegnare nel proprio lavoro, conoscere un vino e saperlo spiegare. Forse il grosso problema è che è per questo che pago un’enoteca, ma qualcosa sembra non tornare.

La sera, davanti a una semplice pasta al pomodoro, apriamo lo Chablis.
Se non altro è buono.

Lino Maga

p.s.: quando ho creato questo blog ero fondamentalmente spinto da due impulsi: il primo, infantile, era vedere come funzionava wordpress (che ci volete fare…); il secondo era prendere i miei mal di testa, sezionarli, cercare soluzioni.
La visita da Lino Maga, domenica scorsa, ha lasciato in noi un senso di profonda tristezza e una rabbia tangibile, irrisolta.
C’è nell’aria la voglia di fare qualcosa.

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3 Responses to ed è di nuovo Barbacarlo, ma con l’amaro in bocca

  1. Filippo Ronco ha detto:

    Gran bel post, l’ho letto d’un fiato.

    Grazie, Fil.

  2. emicranie ha detto:

    Quando eravamo lì, increduli, ho pensato a te e a Niccolò Desenzani… Avreste dovuto esserci!

  3. Pingback: Discorso ovvio e banale « primo bicchiere

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