Della Val Camonica, dell’Erbanno, di Enrico Togni e di molte altre cose…

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Ci sto mettendo molto per scrivere questo post e sentire Enrico parlare della Val Camonica, di questa Valle che enoicamente parlando non c’è, un po’ mi fa capire perché fatico così tanto nel mettere in fila le parole.

Forse ci voleva questa amuse bouche in formato video per trovare la forza di infilare la tastiera sotto le dita… grazie Davide!

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Perché per me parlare del coraggio di Enrico è tutt’altro che facile.

Pensate cos’è guardare a una terra che si è deciso di lasciare senza troppi pensieri né grandi rimpianti, luogo di bellezza immensa sfigurato dall’idiozia di generazioni di inetti.

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Dite che l’ho sparata troppo grossa? È per questo che mi guardate tutti male? Può essere, ma non riesco a fare a meno di ripensare ai capannoni che rumoreggiano alle mie spalle mentre scatto questa foto e spero che i vostri sguardi cattivi siano verso di loro, non verso di me.

Perché la Valle è questo: troppi capannoni ammassati in malo modo, senza quel minimo di attenzione che li renderebbe accettabili, che li valorizzerebbe nel loro fondamentale atto di sostegno e sostentamento.

Perché parlare di Enrico Togni e dei suoi vini senza parlare della Valle è impossibile e insensato.
E se penso alla Val Camonica, dove sono nato e cresciuto, mi arrabbio con una certa facilità.

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La cosa odiosa è che poi diventa difficile dare chances a quel che di buono riesce a nascere qui: non lo nego, ho sempre guardato ai vini della Valle nel loro insieme con una certa diffidenza che, considerando alcuni prodotti, risulta nevvero quanto meno fondata.

Ho capito che stavo facendo un errore nel mettere Enrico nel calderone non meglio identificato dell’avventura enoica camuna solo parlando con la comune camuna amica Lucia Bellini, persona eccezionalmente seria, pratica e disillusa.

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Non posso che dirle grazie.

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Enrico parla con umiltà, ma è deciso e sicuro quando racconta la sua vigna, il modo in cui lavora: lontano da facili romanticismi, vignaiolo eroico per necessità e per passione, spiega scelte pragmatiche e intelligenti, al limite dell’ovvio alla luce delle sue osservazioni. Osservazioni che sanno più di saggezza contadina che di schieramento etico/modaiolo/radicale/hippy (continuate l’elenco come volete).

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Affronta giornalisti, blogger, appassionati, valligiani ed ex valligiani insieme ai suoi due agronomi: si fida di loro, ne percepisco schiettezza, armonia, compattezza di intenti e vedute e sentire il racconto del loro lavoro è meraviglioso. Amano quello che fanno e non si perdono in chiacchiere: vanno dritti al punto e io resto lì a pensare “Cavolo…”

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Parlano dell’Erbanno, vitigno indigeno forte e resistente, delle sue somiglianze con Grumello e Maestri, di quanto sia conveniente in termini di lavoro in vigna, di quanto si può risparmiare sui trattamenti (tempo, fatica, salute)… Cavolo (ancora)… Una scelta dichiaratamente utilitaristica, prima ancora che etica, che hanno il coraggio di mettermi davanti al naso in tutta la sua lineare semplicità.

Chapeau.

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Inciso: sfruttando una metafora calcistica che non mi appartiene, vedo in Enrico un mediano generoso, porta palla e offre assist preziosi. Il primo lo vediamo in vigna, dove dà spazio a chi come lui ha deciso, guidato da un inequivocabile buonsenso, di seguire la strada di un biologico non dichiarato, ma di fatto presente: non è mai troppo tardi per scoprire che a Gorzone si coltivano mele di rara bontà.

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E poi viene il momento dell’assaggio, ché le parole dette si tramutino in fatti e l’Erbanno dia vita al San Valentino. Rosso rubino intenso, elegante; naso di frutta rossa matura e golosa, mai stucchevole, lieve austerità; in bocca scivola veloce, calore adeguato e un’acidità addomesticata a dovere (incredibile, un vino camuno senza spunto acetico smaccato e scomposto… ma allora si può fare!), naso confermato e ampliato, beva al limite della pericolosità.

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Secondo inciso: il Togni mediano tira un secondo assist micidiale (sa dio perché mi butto di nuovo in questa metafora…) e sottopone ai suoi ospiti un banco d’assaggio dove troviamo praticamente tutti i produttori della Valle: considerando i miei compagni di degustazione, si tratta di un’occasione importante, forse non colta nella sua interezza da molte delle persone coinvolte. Valligiani che nella loro chiusura sono la rappresentazione vivente di quei maledetti capannoni che rumoreggiano sempre alle mie spalle.
Mmm.

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E finisce che ci ritroviamo qui, a un tavolo nel dehors del ristorante dove il banco d’assaggio ha luogo. Finalmente è bello dare un volto a un nickname, confrontarsi, scherzare, riflettere: dalla rete è partito tutto e con gli amici di rete siedo ciarliero e beato.

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Si improvvisa un simposio di filologia dialettale, dove astigiano, emiliano e romagnolo vengono a turno confrontati con l’ostico idioma camuno. E intanto scopro la mano di Enrico e il suo modo di leggere il territorio nei sorsi di un merlot impressionante, condiviso con i miei amici di bicchiere insieme alle chiacchiere e a un pezzo di formaggio.

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Ripenso a quel week end, passato da eno turista in una terra che è stata a lungo la mia casa: ci ripenso spesso e continuo a farlo mentre rileggo queste parole limando, aggiungendo, togliendo.
Rabbia a pacchi per quei maledetti capannoni.
Ma quanta gioia per il coraggio di Enrico.

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P.s.: molti dei miei compagni di ventura (tutti?) hanno scritto prima di me, conto di aggiornare a breve questo post con la doverosa aggiunta dei link.

P.p.s.: eccoli!

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5 Responses to Della Val Camonica, dell’Erbanno, di Enrico Togni e di molte altre cose…

  1. Lucia Bellini ha detto:

    grazie per le belle parole Danilo!! e grazie alla Valcamonica…. (un po’ meno ai capannoni) 😉

  2. Simone e Zeta ha detto:

    “Osservazioni che sanno più di saggezza contadina che di schieramento etico/modaiolo/radicale/hippy (continuate l’elenco come volete).”
    Niente di più vero, Enrico arriverà per l’enorme mole di lavoro che si carica sulle spalle ogni giorno.

    • emicranie ha detto:

      Glielo auguro tanto, perché l’impressione è che abbia trovato una strada giusta e la stia percorrendo con decisione.

  3. Pingback: Enrico Togni, un’attaccabrighe. | Emicranie

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