Della Val Camonica, dell’Erbanno, di Enrico Togni e di molte altre cose…

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Ci sto mettendo molto per scrivere questo post e sentire Enrico parlare della Val Camonica, di questa Valle che enoicamente parlando non c’è, un po’ mi fa capire perché fatico così tanto nel mettere in fila le parole.

Forse ci voleva questa amuse bouche in formato video per trovare la forza di infilare la tastiera sotto le dita… grazie Davide!

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Perché per me parlare del coraggio di Enrico è tutt’altro che facile.

Pensate cos’è guardare a una terra che si è deciso di lasciare senza troppi pensieri né grandi rimpianti, luogo di bellezza immensa sfigurato dall’idiozia di generazioni di inetti.

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Dite che l’ho sparata troppo grossa? È per questo che mi guardate tutti male? Può essere, ma non riesco a fare a meno di ripensare ai capannoni che rumoreggiano alle mie spalle mentre scatto questa foto e spero che i vostri sguardi cattivi siano verso di loro, non verso di me.

Perché la Valle è questo: troppi capannoni ammassati in malo modo, senza quel minimo di attenzione che li renderebbe accettabili, che li valorizzerebbe nel loro fondamentale atto di sostegno e sostentamento.

Perché parlare di Enrico Togni e dei suoi vini senza parlare della Valle è impossibile e insensato.
E se penso alla Val Camonica, dove sono nato e cresciuto, mi arrabbio con una certa facilità.

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La cosa odiosa è che poi diventa difficile dare chances a quel che di buono riesce a nascere qui: non lo nego, ho sempre guardato ai vini della Valle nel loro insieme con una certa diffidenza che, considerando alcuni prodotti, risulta nevvero quanto meno fondata.

Ho capito che stavo facendo un errore nel mettere Enrico nel calderone non meglio identificato dell’avventura enoica camuna solo parlando con la comune camuna amica Lucia Bellini, persona eccezionalmente seria, pratica e disillusa.

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Non posso che dirle grazie.

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Enrico parla con umiltà, ma è deciso e sicuro quando racconta la sua vigna, il modo in cui lavora: lontano da facili romanticismi, vignaiolo eroico per necessità e per passione, spiega scelte pragmatiche e intelligenti, al limite dell’ovvio alla luce delle sue osservazioni. Osservazioni che sanno più di saggezza contadina che di schieramento etico/modaiolo/radicale/hippy (continuate l’elenco come volete).

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Affronta giornalisti, blogger, appassionati, valligiani ed ex valligiani insieme ai suoi due agronomi: si fida di loro, ne percepisco schiettezza, armonia, compattezza di intenti e vedute e sentire il racconto del loro lavoro è meraviglioso. Amano quello che fanno e non si perdono in chiacchiere: vanno dritti al punto e io resto lì a pensare “Cavolo…”

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Parlano dell’Erbanno, vitigno indigeno forte e resistente, delle sue somiglianze con Grumello e Maestri, di quanto sia conveniente in termini di lavoro in vigna, di quanto si può risparmiare sui trattamenti (tempo, fatica, salute)… Cavolo (ancora)… Una scelta dichiaratamente utilitaristica, prima ancora che etica, che hanno il coraggio di mettermi davanti al naso in tutta la sua lineare semplicità.

Chapeau.

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Inciso: sfruttando una metafora calcistica che non mi appartiene, vedo in Enrico un mediano generoso, porta palla e offre assist preziosi. Il primo lo vediamo in vigna, dove dà spazio a chi come lui ha deciso, guidato da un inequivocabile buonsenso, di seguire la strada di un biologico non dichiarato, ma di fatto presente: non è mai troppo tardi per scoprire che a Gorzone si coltivano mele di rara bontà.

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E poi viene il momento dell’assaggio, ché le parole dette si tramutino in fatti e l’Erbanno dia vita al San Valentino. Rosso rubino intenso, elegante; naso di frutta rossa matura e golosa, mai stucchevole, lieve austerità; in bocca scivola veloce, calore adeguato e un’acidità addomesticata a dovere (incredibile, un vino camuno senza spunto acetico smaccato e scomposto… ma allora si può fare!), naso confermato e ampliato, beva al limite della pericolosità.

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Secondo inciso: il Togni mediano tira un secondo assist micidiale (sa dio perché mi butto di nuovo in questa metafora…) e sottopone ai suoi ospiti un banco d’assaggio dove troviamo praticamente tutti i produttori della Valle: considerando i miei compagni di degustazione, si tratta di un’occasione importante, forse non colta nella sua interezza da molte delle persone coinvolte. Valligiani che nella loro chiusura sono la rappresentazione vivente di quei maledetti capannoni che rumoreggiano sempre alle mie spalle.
Mmm.

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E finisce che ci ritroviamo qui, a un tavolo nel dehors del ristorante dove il banco d’assaggio ha luogo. Finalmente è bello dare un volto a un nickname, confrontarsi, scherzare, riflettere: dalla rete è partito tutto e con gli amici di rete siedo ciarliero e beato.

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Si improvvisa un simposio di filologia dialettale, dove astigiano, emiliano e romagnolo vengono a turno confrontati con l’ostico idioma camuno. E intanto scopro la mano di Enrico e il suo modo di leggere il territorio nei sorsi di un merlot impressionante, condiviso con i miei amici di bicchiere insieme alle chiacchiere e a un pezzo di formaggio.

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Ripenso a quel week end, passato da eno turista in una terra che è stata a lungo la mia casa: ci ripenso spesso e continuo a farlo mentre rileggo queste parole limando, aggiungendo, togliendo.
Rabbia a pacchi per quei maledetti capannoni.
Ma quanta gioia per il coraggio di Enrico.

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P.s.: molti dei miei compagni di ventura (tutti?) hanno scritto prima di me, conto di aggiornare a breve questo post con la doverosa aggiunta dei link.

P.p.s.: eccoli!

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Buttafuoco Luogo della Cerasa 2010 – Andrea Picchioni – Canneto Pavese

Pavia - il Ponte dell'Impero intravisto dal Ponte Coperto

A volte ti trovi stretto tra un paio di contingenze, mentre leggi un libro seduto sul treno rivolto verso casa.

Ti trovi a pensare al perché sei in treno e non in macchina, sorriso amaro, e rifletti sul lato positivo del leggere, attività deprecabile se svolta alla guida di un automezzo.

Pensi anche che dopo domani il dentista ti metterà pesantemente le mani in bocca, presto inizierai a prendere l’antibiotico e per qualche giorno le grosse e invadenti pastiglie ti accompagneranno mettendo il tuo organismo in ginocchio.

Sai che Anna è già a casa, sai che un’idea di cena è già definita, eppure vieni preso dall’infantile necessità di una coccola, di un gioco… la prospettiva di una pasta zucchine e melanzane, con la pioggia e il freddo che fa in questo maggio insicuro, proprio non ti aggrada.

E allora telefoni e dici che alla cena ci pensi tu, meditando una rapida incursione in via Bossolaro per prendere il miglior kebab di Pavia (non accetto smentite di sorta) e dei falafel, chiedendo di trasformare zucchine e melanzane in un contorno.

E vuoi stappare una bottiglia, ma non sai cosa. Chiudi un attimo il libro, alle tue spalle fuori dal finestrino risaie e cascinali scivolano veloci come striature nella pioggia, mentre passi in rassegna la cantina.

Provi a pensare ai sapori della pietanza e piano piano scarti qualcosa; a una stazione intermedia una folata d’aria e qualche goccia di pioggia ti ricorda del freddo e su due piedi scarti bianchi e bollicine (oh… a me piace chiamarle così… mi fa tenerezza!); esamini i rossi, indeciso…

E un’ora dopo ti ritrovi seduto a casa, un piatto speziato e invitante di fronte, ne percepisci il calore e ti dici che fuori può pure piovere.

Sul tavolo una bottiglia di Buttafuoco, uvaggio espressione di un terroir che ami profondamente e che tanto è bistrattato, l’Oltrepo Pavese, tuo vicino di casa.

#BufalaMI

Luogo della Cerasa, 2010. Azienda Agricola Picchioni Andrea in Canneto Pavese PV.

E ti sembra di vedertelo davanti Andrea, mentre stappi la bottiglia.

Al tuo naso, ben poco ammaestrato ma molto curioso, la mescolanza di barbera, croatina e vespolina si presenta intrigante. Ti fa pensare al pinot nero, ma non sai bene perché. Ti godi l’impatto e cerchi di capire di cosa è composto il profumo, cosa ti piace. Mora, intensa. Come il colore.

In bocca il vino è fresco, fruttato, appena carnoso, ma in modo piacevolmente sornione: l’acciaio, dove avvengono macerazione e un’affinatura di sei mesi, forse spiega questa facile beva.

Né tronfio, né invadente, ma indubbiamente deciso, il bicchiere fronteggia l’ottomano asserragliato nel piatto senza paura.

E tu sei tutto contento, perché una volta tanto hai azzeccato un abbinamento.

Luogo della Cerasa - Picchioni

Io l’ho comperato direttamente da lui, che è persona gentile e amabile, ma a Pavia si trova da InOltre e alle Scuderie del Borgo senza difficoltà, a un po’ meno di dieci euro.

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metti un pomeriggio inaspettato a Torino…

mole italica

La Mole è ciò che non ho visto martedì scorso: nel traffico nervoso di una Torino appena bagnata dalla pioggia mi sono voltato a destra e a sinistra, in alto e in basso, ma per una volta la Mole Antonelliana non l’ho vista.

Luigi

Luigi, ospite, tramite e gentiluomo: con la scusa di consegnargli quattro bottiglie di (manco a dirlo) Barbacarlo mi sono trovato proiettato in un pomeriggio inaspettato. Sorrido.

bau

Bau, perché il nome non lo ricordo e i bambini i cani li chiamano così, bau. Ha messo in chiaro rapidamente il proprio ruolo di guardiano e di ospite. Pat pat.

Vittorio

Vittorio, curioso, inarrestabile, sagace: volevo sorprenderlo arrivando nella sua edicola a Cavoretto. Lui, assente, ha vinto. Ritrovato a casa di Luigi mi saluta dicendo: “Non penserai di tornare a casa presto, vero?”

fragole

Fragole, nel giardino. Ancora presto per allungare le mani, ma promettono bene.

Anna

La gioia nell’essere raggiunto da Anna, eroica, salita sul treno delle sei e recuperata a Porta Susa da Vittorio due ore più tardi, mentre io e Luigi simulavamo indifferenza parcheggiati in quadrupla fila fuori dalla stazione.

Martedì scorso è stata una giornata preziosa: la mattinata trascorsa con Davide Dutto, fotografo sensibile e attento, conosciuto per lavoro e per questo periodicamente ritrovato mi ha dato la possibilità di vedere e rivedere i suoi lavori, di parlare dei suoi progetti e dei suoi crucci, ha fatto da prologo a un’entusiasmante invasione in terra sabauda.

Sorrido ripensando alle ore trascorse, alle parole dette e alle bottiglie viste, soppesate, aperte, bevute. Bottiglie fatte di persone e da persone, bottiglie come allegorie o come pretesto per rimanere interdetti di fronte a profumi e sapori, tanto quanto davanti a riflessioni e rivelazioni. Battute salaci, brevi imbarazzi, momenti di fugace amarezza che diventa consapevolezza e necessità di rivalsa, sorrisi che sbocciano in risate sincere.

Ho la piacevole sensazione di essere un poco più ricco mentre torno a casa, di notte, Anna che dorme accanto a me.

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ed è di nuovo Barbacarlo, ma con l’amaro in bocca

Davide, Samuele e Lino

al telefono

AV “Salve, abbiamo un ristorante e vorremmo acquistare il suo vino…”
LM “Dove siete?”
AV “In centro a Milano, le posso mandare l’indirizzo per la spedizione…”
LM “Ma va, siete vicini: potete venirlo a prendere voi!”

Anna (Vitolo, Enocratia insieme a Davide Mingiardi) mi racconta ridendo la telefonata di fine marzo con Lino Maga, il signor Barbacarlo. Le sei bottiglie di Barbacarlo 2006 che gli avevo portato sono piaciute, sono finite e c’è voglia di prenderne altre: la soluzione è a portata di mano e si preannuncia piacevole. Chiamo Maga e chiedo se domenica 15 aprile è in bottega nel pomeriggio: “Son qui.” e sorrido pensando che quell’uomo sa come far sentire uno a disagio al telefono.

un passo indietro

Martedì dopo Pasqua, reduce da alcune vicissitudini, sento il bisogno di farmi un regalo, sorta di atto di consolazione. Entro fiducioso in quella che senza dubbio è la più importante enoteca pavese, per la prima volta. Entro io ed esce l’unico altro avventore: l’attempato commesso mi scruta serio, io sorrido e chiedo se posso dare un’occhiata, lui emette un sorriso retrattile e mima un “certofacciapure” poco convinto. Comincio a passare in rassegna scaffali non troppo forniti e non troppo invitanti, con la sensazione bruciante dei suoi occhi appiccicati alla schiena. Arrivo di fronte a una parodia di Francia, vedo uno Chablis e mi giro di scatto: lui sobbalza imbarazzato, scoperto nella sua vigilanza oculare. Sorrido e chiedo se mi può dare qualche informazione sul base 2008, si avvicina e snocciola “Comune della Borgogna, chardonnay, annata 2008, questi altri invece sono i Cru…”. Lo guardo e gli chiedo se mi può dire qualcosa che non si evinca dall’etichetta: una nota caratteristica di quello Chablis, qualche curiosità sul vignaiolo, tecniche usate… che ne so, si inventasse una frottola qualsiasi. Lui annaspa e come per giustificarsi “Sa, questo è un negociant, ha vigne un po’ ovunque, buoni prodotti, noi lo distribuiamo… Comunque l’abbiam portato al Vinitaly e non ne abbiamo avanzata nemmeno una bottiglia!”.
…silenzio…
Va bene, chiedo una bottigilia del base 2008. Lui allunga la mano verso la pila delle bottiglie sdraiate, al buio, al sicuro, protette, poi si ferma e decide di darmi la bottiglia in esposizione, in piena luce.
Non dico nulla, ma è in quel preciso istante che decido di non mettere mai più piede lì dentro.

ancora un passo indietro

Pochi giorni prima della mia disavventura Filippo Ronco pubblicava su Vinix un interessante articolo, prendendo spunto dalla lettera scritta da un gruppo folto e assortito di enoteche milanesi e indirizzata a vignaioli e produttori. In estrema sintesi, ma vi invito a leggere, le enoteche chiedono ai produttori di adeguarsi al loro prezzo di vendita, per evitare concorrenza.
…silenzio…
Per chi avesse il dubbio che stia estremizzando, qui trovate articolo, testo integrale della lettera e un significativo corpus di commenti www.vinix.com/myDocDetail.php?ID=6145

Arriviamo in via Mazzini a Broni in ritardo, colpa di un pranzo luculliano e di una piacevole chiacchierata con Giorgio Liberti nel suo accogliente Prato Gaio. Maga ci rimprovera, poi vede il piccolo Samuele in braccio ad Anna e capiamo di essere salvi: lo accarezza con occhi e parole e promette di non fumare… chi lo conosce può apprezzare il valore di questa affermazione!
Ci sediamo al tavolone, noi cinque (io, Anna C, Davide, Anna V e Samuele) attorno, lui al centro.
Comincia il rito degli assaggi, mentre Lino spiega il suo vino e chiede a Davide e Anna di raccontare del loro ristorante.
Milano, Milano… si alza un attimo, lo sentiamo sfogliare qualcosa nel piccolo ufficio e tornare poco dopo con alcuni fogli in mano.

“Io vorrei capire questi signori qua cos’hanno in mente. Mi chiedono di vendere il vino al loro stesso prezzo. Ma è pensabile che io, qui, vi venda il mio vino a 30 euro a bottiglia?”

Quasi non ci credo quando quell’uomo triste mi mette in mano la lettera delle enoteche di Milano. La leggo e la riconosco. La sfoglio e trovo in calce timbri e firme delle enoteche coinvolte. Guardo Davide in faccia e lo vedo passare dall’incredulità a una viva incazzatura.
Con il suo modo flemmatico, con quel gusto narrativo fatto di lente progressioni e ampie digressioni che quasi lo fa assomigliare a un anziano zulu che arringa la propria tribù, Lino si siede di nuovo in mezzo a noi e comincia a parlare delle sue battaglie.
Parla dell’esperimento consorziale e ci porge l’atto di fondazione: leggiamo di idee che appaiono avveneristiche ora, quando a proporle è la nuova leva dei vignaioli del vino naturale. Eppure quelle carte datano 1979. Increduli.
Parla degli interessi dei grossi produttori e di come questi abbiano trovato ogni modo per imporsi sui piccoli, ma soprattutto sul territorio.
Parla di cose che quasi è meglio non scrivere: nomi che si intrecciano e fatti che si esplicano in modo lampante, beffardo e doloroso.
I miei occhi si spostano dal volto di Lino agli occhi di Davide, infine si posano sulle mani del vecchio: Fiorenzo Sartore lo ha scritto in un bel post poco tempo fa, il vignaiolo vero lo riconosci quando gli stringi la mano, ruvida, segnata, sincera, e così sono le mani di Maga.
Mi prende una morsa anche ora, nel rimettere in fila i pensieri a una settimana di distanza: penso ai giovani arrabbiati e al grande vecchio avvolto da una tristezza immensa. Definitiva.

un ulteriore, piccolo inciso (“Ma sì, facciamoci del male!” cit.)

Cominciai a cercare il Barbacarlo per regalarlo a mio padre anni fa, ma allora ero poco intraprendente. Io e Anna abitavamo in Borgo Ticino, quartiere anomalo del centro di Pavia: avevamo un’enoteca sotto casa e decisi di iniziare la ricerca da lì. Quando feci la mia richiesta, l’enotecaria mi squadrò torva e poi chiese con aria strafottente se l’avessi mai bevuto. “No – pensai – se no non sarei qui a chiedertelo”. Ma non l’ho detto, purtroppo. Lei disse che non lo tenevano perché ogni anno era diverso, mai uguale, e questo commercialmente era un grosso problema.

Forse il grosso problema era doversi impegnare nel proprio lavoro, conoscere un vino e saperlo spiegare. Forse il grosso problema è che è per questo che pago un’enoteca, ma qualcosa sembra non tornare.

La sera, davanti a una semplice pasta al pomodoro, apriamo lo Chablis.
Se non altro è buono.

Lino Maga

p.s.: quando ho creato questo blog ero fondamentalmente spinto da due impulsi: il primo, infantile, era vedere come funzionava wordpress (che ci volete fare…); il secondo era prendere i miei mal di testa, sezionarli, cercare soluzioni.
La visita da Lino Maga, domenica scorsa, ha lasciato in noi un senso di profonda tristezza e una rabbia tangibile, irrisolta.
C’è nell’aria la voglia di fare qualcosa.

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“Vieni a Vinitaly?” “No no…” e infatti…

Dodòn

Vorrei scrivere qualcosa sulla domenica passata a Verona. Ma non mi riesce.
Vorrei dire che non ci volevo andare, ma alla fine sono stato convinto.
Vorrei dire che la fiera non mi è piaciuta, ma poi penso al ViViT e cambio idea.
Vorrei dire che la fiera non mi è piaciuta, ma poi penso che senza uno straccio di piano d’azione è impossibile pensare di uscire integri e davvero soddisfatti da un’esposizione così grande.

Condensate in poche righe le impressioni contrastanti, su cui forse potrei tornare in un secondo momento, vorrei, questo sì, mettere nero su bianco le impressioni lasciate dai vini assaggiati.

Fuori dal ViViT:

Andrea Picchioni – Canneto Pavese PV
Prima o poi devo scrivere un post su di lui. Del metodo classico (85% pinot noir, 15% chardonnay) mi sono innamorato e il pinot noir riserva è meraviglioso.
Che lui sia una persona disponibile e gradevole rende il tutto perfetto.

Dentro al ViViT:

Domaine de Beudon – Fully CH
Arrivo qui su consiglio di persona fidata, il curioso e immenso Vittorio Rusinà.
Jacques e Marion Granges-Faiss, marito e moglie un po’ in là negli anni, mi offrono i frutti di un territorio che sembra sbucare da una fiaba: un vigneto sospeso in posizione incredibile, guardo la foto e sorrido, incredulo, mentre penso al prato di Nåli e ad altri luoghi simili, fatati.
I loro modi e i loro vini combaciano: gentili, delicati, hanno il profumo delle persone buone.
Scambio un po’ di frasi con Marion, lei in un italiano semplice, io in un francese appena abbozzato, ma a quanto pare convincente; sorridiamo insieme di un paio di visitatori che snobbano in modo poco cortese il vino svizzero e iniziamo la passeggiata in vigna: i bianchi Fendant (fine, delicato), Riesling Sylvaner (gentile, fruttato) e Petite Arvine (completo, gradevole) sono quasi irreali, eterei, di una delicatezza impressionante; il rosso Gamay fresco e fruttato, sempre di grande delicatezza.

Manfredi Guccione – Palermo
Trebbiano in acciaio e in legno di grande forza e spessore; perricone in legno rotondo, armonico, avvolgente.
Curioso il Perpetuo di Cerasa, sorta di porto di trebbiano… fascinoso, pericolosissimo!

Château le Puy – Saint-Cibard FR
Sto muovendo i primi passi in Francia proprio in questo periodo, guidato per mano da amici e collezionando assaggi meravigliosi.
Approdo al tavolo di Pascal Amoreau guidato dal caso, gratto il fondo del barile dei miei ricordi scolastici e sfodero il miglior francese di cui sono capace: l’uomo apprezza e il viaggio tra vigne e bottiglie ha inizio.
Bordeaux “Barthelémy”, 85% cabernet 15% sauvignon, non filtrato, nessun solfito aggiunto: 2007, cammino iniziato; 2006, potremmo anche decidere di fermarci; 2001, no, era qui che dovevamo arrivare.
Il 2001 è meraviglia pura e sono persino meravigliato quando mi rendo conto che il vino non solo ha fondo (normale) ma tende a lasciare la camicia sul vetro della bottiglia… senza parole 🙂
Pascal mi lascia un biglietto da visita, io appunto il nome nella wish list.

Lantieri – Eolie
Malvasia delle Lipari passito, carico di minerale, complesso, sapido.
Qualcosa di fuori dal coro nel panorama dei passiti siciliani che forse mi danno troppo l’idea del vino di maniera.

Occhipinti – Vittoria RG
Sempre avuto sotto mano e mai bevuto, non posso che fiondarmi sul Frappato, di cui mi godo profumo, corpo, la presenza “assente” del legno delle grandi botti.
Sciacquo il bicchiere, mangio un pezzettino di pane passato in un olio di carattere, ma mai amaro, bevo un sorso d’acqua, e assaggio il fresco SP68 bianco, attratto dal moscato d’Alessandria… che nome evocativo!
Chiacchiero con il ragazzo al tavolo, gentile, e mi godo consapevolmente il ViViT con la sensazione di essere, che so, a Fornovo o ad Agazzano, o ad una delle manifestazioni contemporanee a Vinitaly che mi sono perso.
SP68 bianco… buono.

Borc Dodòn – Villa Vicentina UD
Lo ammetto, non riesco a mettere in fila tutti i ricordi, ma la presenza di un punto esclamativo accanto a questo nome sul mio taccuino prende un senso particolare.
Uis Neris, uvaggio di merlot e cabernet franc, meraviglia in buona compagnia.
Da visitare con calma, da conoscere, altro nome nella wishlist.

Bera – Canelli AT
Devo a Luigi Fracchia l’incontro con il loro meraviglioso moscato (un aneddoto da gentiluomini…).
Con la morte nel cuore, prendo atto di avere gli assaggi contati e la lingua ormai felpata, quindi mi concentro su quello che non conosco: Arcese, uvaggio bianco di piacevolissime mineralità e sapidità (trait d’unione di tutti i loro vini), mi convince per freschezza e accennata complessità, con la punta leggera di vivacità che pizzica appena sulla lingua; la Barbera, affinata in cemento, rustica, interessante, tanto corpo, diversa dalle altre… intrigante.
Alessandra Bera mi chiede se proprio non me la sento di bere un pochino di moscato… la guardo con due occhioni tristi e mugugno poco convinto “Meglio di no, davvero, sono ormai al limite…”… se lo sa Luigi mi cancella dalla lista dei conoscenti…

C’è dell’altro che dovrei scrivere… ma non ora, casco dal sonno.

Missione compiuta!

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Nonno

Una breve telefonata mentre sono in coda in fiera.
È mio padre e ogni volta sono un poco in apprensione.
Ho conosciuto e avuto al mio fianco tutti e quattro i miei nonni per buona parte della mia vita.
I due nonni materni mi hanno abbandonato da tempo.
La nonna senza lasciare dolore, troppo ne aveva causato a mia madre.
Il nonno si è portato via una parte di me e mi manca in maniera indescrivibile; è sua la fede che porto al dito, che ogni tanto accarezzo e avvicino alle labbra.
I nonni paterni stanno descrivendo una curva dolorosa, fatta di male, di oblio, di ricordi persi.
La nonna, curiosa simmetria, si sta alienando le simpatie di ognuno, stretta in una psicosi senile inevitabile.
Il nonno, ed è a lui che va il mio pensiero quando vedo il nome di mio padre sullo schermo, è in balia di quel male che mangia i ricordi, che disintegra ciò che abbiamo conosciuto.
Mi uccide pensare a lui, eppure lo amo e così mio padre.
Mio padre, mi saluta ridendo e mi chiede se sono già ubriaco: non è successo nulla, anche stavolta solo un falso allarme.
Mi racconta che la vibrazione che tanto lo impensieriva proveniente dalla portiera della macchina nuova altro non era che la custodia di un cd: stupido testone ansioso, penso io.
Parliamo delle prove fatte il giorno prima per assemblare la complessa e sfidante Buona Novella di De Andrè.
E poi mi parla di lui, del nonno. Ha ripreso un poco a parlare, hanno scherzato, sorriso, fino a che lui non l’ha dovuto salutare. E lui ha pianto.
Sento mio padre indifeso come un bambino.
Sento me indifeso come un bambino.
Mi aggrappo a questo momento di sottile e profonda tristezza, densa di commozione e di impotenza.
Mi ci aggrappo forte forte.
Nonno.

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Quando l’ossigeno non scalfisce

Barbacarlo e Sancerre

Come per ogni materia, credo che un percorso di comprensione del vino sia fatto di esperienze dirette, di confronto attento con chi ha competenze, di aspetti che si imparano a riconoscere e che portano alla formazione di una personale base critica, un vero e proprio armamentario analitico.

Nella mia neonata cassetta degli attrezzi di analisi enoica due strumenti stanno assumendo un’importanza nodale e non credo sia casuale che entrambi riguardino il giorno dopo.

Il primo strumento è capire come mi sento io dopo aver bevuto, specialmente quando mi capita di esagerare: è un dato di fatto che più il vino è sano minori sono gli strascichi, le emicranie, i dolori di stomaco, portandomi inevitabilmente a scegliere cosa bere in funzione del mio benessere. Arriva poi la curiosità e la ricerca del perché un vino mi fa del male e un altro no: ho scoperto così l’influsso dei solfiti e ho imparato ad apprezzare dal basso l’essere biologico o biodinamico di un vino, cercando di evitare scelte di campo modaiole e basandomi sulle risposte del mio organismo, a volte anche troppo eloquenti per non essere ascoltate con attenzione.

Il secondo strumento è capire come si sente il vino il giorno dopo essere stato aperto: che violenta delusione è stata scoprire quanti vini temono l’ossigeno e diventano irriconoscibili, addirittura imbevibili. Opinione diffusa tra le persone a cui riconosco grande autorevolezza in campo enoico è che l’utilizzo di lieviti selezionati porti a un più rapido decadimento delle caratteristiche organolettiche del vino, una volta aperta la bottiglia. Non posso dire se è sempre così, soprattutto non mi interessa assumere una posizione integralista, sarebbe fin troppo facile, ma resta il fatto che la mia esperienza, e la statistica, corroborano questa tesi.

Ragiono su due bottiglie aperte recentemente: il Barbacarlo 2006 di Lino Maga (croatina, uva rara, ughetta) e il Sancerre 2010 di Vacheron (pinot nero).

Il Barbacarlo non è durato che lo spazio di una cena, scelto da Anna per festeggiare il suo compleanno e a questo scopo piacevolmente sacrificato. Ma dopo aver avvinato i bicchieri e averli riempiti, rimasto col naso incollato a uno dei profumi più buoni che abbia mai sentito, è stato inevitabile pensare al surreale pomeriggio passato con Lino Maga qualche mese fa. In quell’occasione un fatto mi aveva colpito particolarmente, un aspetto di cui penso però di non aver scritto: tutte le annate che abbiamo assaggiato venivano da bottiglie aperte da tempo, alcune ormai quasi finite, eppure il liquido era assolutamente, totalmente intatto. Vivo. E vegeto 🙂

Il Sancerre, argomento di un divertito scambio di tweet tra me e l’amico (mi permetto l’utilizzo dell’inflazionato termine) Niccolò Desenzani generato dalla confusione tra il più famoso Sancerre bianco (sauvignon blanc) e questo semisconosciuto rosso (pinot noir), è una recente scoperta. Acquistato lunedì scorso, solo una volta arrivato a casa mi sono accorto che è un prodotto biologico e biodinamico. Bevuto nell’arco di tre sere, si è presentato ogni volta intatto, integro, godibile: penso con gioia alla bottiglia gemella adagiata tra le altre in cantina.

Con un po’ meno gioia penso alle bottiglie dei vini non buoni che ho acquistato in passato, qualcuna ancora occhieggia ruffiana dalla cantina e io non posso che chiedermi quanti soffritti dovremo sfumare io e Anna per riuscire a liberarcene: non che siano tantissime, ma nel soffritto non va poi così tanto vino…

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