#BufalaMI

Martedì 28 febbraio da Enocratia avrà luogo un contest quanto meno curioso: quattro vini del nord corteggiano sua maestà la mozzarella di bufala campana dop alla ricerca dell’abbinamento perfetto.

Due Franciacorta metodo classico tutt’altro che scontati, una Schiava camuna che sono molto curioso di assaggiare e un Oltrepo metodo classico tra i più buoni che abbia mai bevuto si contenderanno la serata in vista della finale nazionale prevista per il 10 marzo alla Città del Gusto di Napoli (qualche info in più http://www.mozzarelladop.it/wine_wedding.html).

Qualche nius in più la trovate qui https://www.facebook.com/events/390959777584165/ mentre è probabile che qualche nota e qualche fotografia le troverete anche su questa pagina a evento avvenuto 🙂

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Fulvio Bressan @ Enocratia

Fulvio Bressan

Un mese fa Davide mi dice “Lunedì 6 febbraio ho qui Bressan con Giuseppe Di Martino, venite?”.

Solo sentirlo nominare mi ha riempito il naso di pepe e chiodi di garofano, profumi importanti e trasversali nella sua produzione: rispondere “Sì, certo che ci siamo!” è stato automatico.

Ho incontrato Fulvio per la prima volta a Vini di Vignaioli, lo scorso ottobre: l’esuberanza del suo Schioppettino mi aveva impressionato per intensità e freschezza, ritagliandosi uno spazio preciso e importante nel mezzo di una giornata densa di assaggi tutt’altro che banali. In quell’occasione, complice lo stordimento, la novità (era per noi la prima volta a una fiera del vino, per quanto a misura d’uomo) e il carosello di degustazioni mi ero perso buona parte del lato umano del vignaiolo… Riflettendoci ora, onestamente mi chiedo come sia stato possibile, perché Fulvio è un vulcano, è schietto, è tagliente, è franco e tutte queste cose uno le scopre molto in fretta.

Ho capito un po’ di più l’uomo grazie al bel documentario di Winestories, ma soprattutto all’infaticabile cavatappi di Davide che nelle tante serate passate nel suo locale mi ha presentato il Bressan vino nelle sue varie declinazioni.

E lunedì scorso il Bressan uomo ha espresso il Bressan pensiero attraverso parole e bottiglie di peso e valore ragguardevoli, in una cornice, quella di Enocratia, a me cara, fatta di aria di casa, di amici e di sostanziale piacere enogastronomico e sociale.

La poetica di Fulvio nasce dal rispetto della vigna e dalla consapevolezza che lì si determina in modo inevitabile ciò che andrà a finire in bottiglia. Dalla volontà di agire il meno possibile in cantina derivano le scelte fatte sui vitigni, sulla loro resa, sui trattamenti (assenti): nel suo peregrinare tra i tavoli si ferma a parlare con noi, il complimento scatta istantaneo e lui lo placca, massiccio “Io non ho mica fatto niente, io ho solo scelto dell’uva sana, questo faccio, coltivare poca uva sana, al resto ci pensa lui” e indica il vino nei nostri bicchieri. Prosegue deciso nel demolire la denominazione, i limiti per lui assurdi della solforosa aggiunta ed esemplifica con vigore cosa pensa dei lieviti selezionati: un talebano, per sua stessa ammissione, ma il liquido (Pignol, Verduzzo, Schioppettino, Pinot nero, Rosantico) che di volta in volta riempie il nostro bicchiere gli dà ragione, anche il giorno dopo, dove l’emicrania che dà il nome a questo blog non si è presentata.

È passata una settimana da quella sera.

Pepe e chiodi di garofano ancora in testa.

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Lino Maga e il suo Barbacarlo, un pomeriggio tra vino e ricordi

Barbacarlo… che nome vero? In qualche modo arcaico, rurale, quasi fiabesco, come fosse di qualche creatura dei boschi.

Mio padre, che è nato nella provincia pavese, me ne ha parlato più di una volta, a me camuno di nascita e pavese d’adozione, creando nella mia mente il mito di questo vino.

Il Barbacarlo si appoggia su di un universo di fascinazione impressionante ed è stato con un po’ di trepidazione che mi sono ritrovato a scrivere dapprima un’email e poi, preso il coraggio a due mani, a telefonare per prendere appuntamento per una degustazione. Al telefono Lino Maga è asciutto, non scortese, ma asciutto: mi sono sentito un poco in soggezione e solo quando mi sono seduto accanto a lui al tavolone di via Mazzini 50 a Broni ho capito che è un uomo che si prende il suo tempo per scegliere le parole che decide di donarti.

Non è asciutto, è attento.

Arriviamo da lui di domenica pomeriggio, in quel freddo umido e pungente che sa di neve caduta da poco o portata dal vento. La bottega è chiusa e attaccato alla porta c’è un biglietto semplice: “Per rintracciarci …” e due numeri di cellulare. Compongo il primo e quando ormai sto per riattaccare mi risponde una voce tranquilla e flemmatica, nonostante tutto non troppo infastidita dall’essere stata strappata a una poltrona comoda vicino al camino.

Ci fa entrare, ci fa sedere, si siede anche lui. Silenzio. Tra tutti questo è il momento che più mi preoccupa: riuscire a iniziare un dialogo. Ma anche questa volta il miracolo avviene, Lino si accende una sigaretta (ne seguiranno molte) e tutto ha inizio.

Rotto il ghiaccio, dissipato il nostro reverenziale imbarazzo, Maga ci parla, mentre le annate si susseguono secondo una logica organolettica (passatemi l’immagine) e senza nessuno scrupolo cronologico:

  • 2010: Lino esordisce dicendo che questo ha bisogno di crescere, va bevuto ora solo pensandolo in proiezione, ma lo coccola con gli occhi lucidi di chi vede il campione. Avvicino il bicchiere al naso e come sempre mi maledico per la mia ignoranza lessicale, quanto vorrei sapervi dire cos’ho sentito… ad ogni modo, chiedendovi di essere indulgenti, al mio naso si è presentato elegante e intenso, sentore di frutta rossa e sottobosco; in bocca è asciutto, ma non corto né chiuso, emerge chiara la sensazione di un percorso appena iniziato eppure già godibile.
  • 2006: al naso simile al fratello minore (a fine degustazione resto impressionato dalla similitudine odorosa fra tutte le annate e le differenze anche notevoli di gusto… micidiale!) ma in bocca un’esplosione di frutta rossa che lascia senza fiato, buono e invitante, così amabile da essere al limite del dolce… una meraviglia.
  • 2007: zuccherino, quasi succo d’uva in bocca, forse meno bilanciato del 2006 ma assolutamente entusiasmante.
  • 2009: giunta dopo un difficile 2008 che non ha dato frutti di sorta a causa di piogge e grandine, nelle parole di Lino rappresenta lo sforzo della vigna di ritornare alla normalità; vino asciutto e austero, un vecchio signore molto interessante.
  • 2002: dopo averci parlato a lungo del 2003, annata tra le migliori e ormai da tempo tutta venduta (sigh…) presenta questo come un’annata sfortunata e io gli chiedo di assaggiarlo per curiosità, per farmi un’idea di cos’è per lui un’annata minore. Un po’ meno corpo, un po’ più asciutto, sempre signorile. Mmm.
  • Montebuono 2010: prendete il Barbacarlo e aggiungete un 5% di Barbera. Ecco, detta così sembra semplice. Nel bicchiere invece tanto tannino in più, che sulla lingua si fa sentire come buccia. Strano.

Ci parla del suo vino, anzi, dei suoi vini, ogni anno diversi. Del rispetto per la terra. Si amareggia pensando al mercato che imbriglia il mondo del vino e passa velocemente in rassegna la sua vita professionale fatta di battaglie, di questioni di principio, di speranze disattese nel trovarsi da solo di fronte a inettitudine o interesse: noi muti, lì, come due nipotini, ad ascoltare il nonno.

Se ne accorge e sornione mi dice “Non va bene che parlo solo io”, capisco, faccio una domanda e lui riprende a parlare tranquillo per l’ora successiva. Noi di nuovo felici.

Parla di Gianni Brera, di Gigi Veronelli, di Ferrer Manuelli: si apre uno spiraglio su un mondo andato, su un’Italia che non c’è più e che forse non ha lasciato i frutti sperati. Racconta dei coups de théâtre di Brera nelle situazioni più incredibili, della stima di Veronelli, della cucina incredibile e meravigliosa di Ferrer, uomo incredibile. Penso che io di tutto questo ho solo letto qualcosa qua e là e ora mi ritrovo ad ascoltare le gesta mitiche e un po’ assurde direttamente da uno dei protagonisti.

A fatica ci alziamo dal tavolo e ci spostiamo verso il magazzino: a casa con noi vengono due bottiglie di 2006, due di 2007 e due di 2010 (“Bravo!” mi dice, “sono le stesse che avrei scelto io, lei se ne intende!” e io mi imbarazzo non poco, consapevole di essere un mostruoso ignorante, ma sul momento e anche ora mi godo l’immeritato complimento!), un cartone di 2006 per gli amici di Enocratia, un’altra bottiglia di 2006 per l’amica Lisa, e una 2006 e una 2010 per mio padre, il cui 55simo compleanno si avvicina.

Salutiamo, e ringraziamo quest’uomo (che da solo rappresenta una fetta impressionante di storia) per il tempo che ci ha dedicato: lui ci guarda sorridendo e, come per sfotterci bonariamente, dice tranquillo “Ma è domenica, non che avessi dell’altro da fare.” trasformando il sorriso in una piccola risata. Prende una bottiglia di Montebuono 2006 e ce la regala, augurandoci un rientro tranquillo.

Saliamo in macchina e torniamo a casa, un po’ più ricchi e molto, davvero molto contenti.

P.s.: consapevole delle limitazioni della mia conoscenza in campo enoico e, ancora di più, delle limitazioni del mio vocabolario e del mio armamentario analitico, rimando volentieri chi fosse passato di qui a questo bel post di Jacopo Cossater http://www.enoicheillusioni.com/2011/10/de-barbacarlo/

P.p.s.: ho in testa un vulcano di spunti e riflessioni indotti dal buon Maga… spero di condensarli in qualche nuovo post a breve!

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San Martino Siccomario #3

San Martino Siccomario #3, inserito originariamente da inmicio.

Nelle cuffie la musica che dovremo provare stasera, sullo stomaco qualche libagione natalizia di troppo, davanti al naso questa fotografia.
Tecnicamente si possono riconoscere un po’ di difetti, tanto nella ripresa quanto nella digitalizzazione del negativo, ma per adesso quest’immagine mi parla d’altro.
Mi parla della terra dove vivo ora, di quel cuneo che è il Siccomario, incastonato tra Ticino e Po e chiuso dal Gravellone come fosse un basco sottile.
Una terra che non conosco affatto, una terra in cui muovo i primi passi ora dopo quasi dieci anni di passivo e inetto insediamento.
Mi sento così ridicolo nel vedere quanto poco curioso sono stato in questi anni, quanto poco coraggio ho avuto nell’affrontare questa novità circostante, rintanato nella mia pigrizia a causa di un’apparente banalità.
Ho sempre pensato che fosse un luogo difficile e poco appagante da fotografare, sterile, che poco potesse offrire al mio occhio presuntuoso… ed eccomi qui a guardare tre fotografie del 2005, dimenticate nel momento stesso in cui sono state scattate: le affronto ora e a poco a poco capisco qualcosa di più.
Penso al poco che so del mio nuovo paese, del suo nome, della sua storia, di quel poco di antico che il cemento recente ha lasciato: via Turati come un immenso canale grigio, circondato da bassi edifici squadrati; lingue d’asfalto larghe e sfaldate che si inseriscono nei campi e li spezzano.
E poi a memoria mi spostO, lascio la macchina e proseguo in bici o a piedi, trovo le chiuse, le case che parlano di piene e di bestemmie a denti stretti per tirare fuori la roba dal fango…
Ho deciso di vivere qui, tra risaie e zanzare, tra nebbia e colline al limite dello sguardo, a un passo dalla grande città.
Mi prenderò il tempo per conoscerti, terra.

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ArteVitaJazzinQuartet. E il nuovo trio. E i kinoglaz.

Ho chiuso il mese di luglio in modo quanto meno traumatico: con un sms non troppo curato, ma non scortese, il batterista del mio gruppo, i Respyro, ci informa che sente la necessità di nuovi stimoli, di cambiare generi e mettersi a studiare.

Dopo poche ore ricevo un sms confuso e poco chiaro del tastierista, di fatto sulla stessa lunghezza d’onda.

“Ok, – mi dico, – il gruppo non esiste più.”

A prescindere dalle motivazioni e dai modi, di cui non ho voglia di parlare e lamentarmi, quello che mi ha lasciato sul momento assolutamente inerme e inerte è stato ritrovarmi di colpo senza il mio gioiellino: ho sempre pensato ai Respyro come a un gruppo meraviglioso, anche dopo la difficile separazione dalla bella voce di Fabiana avvenuta a inizio anno. Anche perché l’incontro con la diversa, ma notevole, voce di Sara sembrava averci dato fiducia, nuova linfa e posto le basi per un ritorno in grande stile.

Evidentemente mi sono sbagliato.

La sera in cui sono andato a recuperare le mie cose in sala prove l’incontro con il padre del batterista ha toccato punte quasi grottesche, ma il vero dolore è stato vedere l’amplificatore smontato adagiato sul pavimento dell’ingresso di casa mia: l’ho accarezzato un po’ prima di andare a dormire, come se coccolassi un vecchio amico ferito, un gesto infantile che in quel momento ho trovato assolutamente necessario.

Il giorno dopo l’ho ripulito, montato, acceso e provato con cura. Pazientemente e metodicamente ho risistemato la pedaliera e la cavetteria. Risistemato ogni cosa.

Da allora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, sistemo o faccio sistemare da mani esperte ogni singolo pezzo della mia strumentazione: al di là delle buone abitudini, due splendide motivazioni si celano dietro questo fatto. Anzi, tre. No, quattro.

Parto dall’ultima: ne ho bisogno e mi piace, voglio gli strumenti al meglio e gioisco di questo fatto.

Le altre tre sono un quartetto, un trio e i Kinoglaz, un progetto elettronico.

Il quartetto di per sé rappresenta il secondo grande aiuto di mio padre. Il suo primo aiuto fu regalarmi il mio adorato Warwick, un basso elettrico che ancora oggi, dopo più di dieci anni, tengo al mio fianco. E ora invece mi offre un gruppo intero, denso di stimoli, di difficoltà, di crescita. E ne sono felice.

Poi c’è il trio, frutto della volontà mia, di Sara e Valentino (rispettivamente voce e chitarra dei Respyro) di ricreare quel piacere di suonare, di giocare con le note che avevamo scoperto con il gruppo precedente. Vedremo.

E infine i Kinoglaz, di cui non voglio dire nulla se non che esistono.

Spero di farvi sentire qualcosa a breve.

Ciao!

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una piccola gioia

una piccola gioia, inserito originariamente da inmicio.

Fotografare il cibo è una gioia tutta nuova per me.

È una pratica che mi ha sempre affascinato, ma che ho attentamente schivato negli anni adducendo scuse a volte legate alla luce, a volte legate all’obiettivo, a volte legate a questo, quello e anche quell’altro.

La realtà dei fatti, ad essere onesti, è che mi sto scoprendo pigro e insicuro… o meglio, consentitemi una riabilitante rettifica: guardo al mio approccio in passato e mi vedo pigro e insicuro, mentre ora (anche se non so bene perché) sono mosso da un coraggio e da una curiosità piacevolmente nuovi 🙂

Domenica 1 maggio, un bar a milano che è anche forno… le brioches salate davanti al naso, la luce che filtra dalle grandi porte a vetro, il tavolo scuro a fare da sfondo e il piatto bianco che accende il tutto.

L’unico rimpianto? Non aver scattato più volte… mi sarei evitato il fastidio di quel malefico micromosso…

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85 f1.4: un occhio nuovo

85 f1.4…, inserito originariamente da inmicio.

Eccomi qua, dopo una pausa non proprio breve ritorno a scrivere per mettere un po’ in ordine le idee e allo stesso tempo rilassarmi nel piacere del mettere in fila le parole.
Mi sono fatto un regalo importante questa settimana, tanto importante da non sapere se lo merito o meno: un obiettivo di grande prestigio, un occhio completamente nuovo in grado di lavorare con pochissima luce e di sfocare ciò che non è al centro dell’attenzione in modo dolorosamente delicato.
Il Re del Bokeh… fa sorridere questo pomposo appellativo, non trovate? Eppure è questo: qualcosa che consente di dosare in modo perfetto lo sfocato; qualcosa che ha uno schema ottico che rasenta la perfezione; qualcosa che non crea distorsioni nelle linee rette… qualcosa che ti dà la sensazione di non dover pensare alle correzioni, ma che ti lascia libero di giocare.
Ho fatto un solo scatto fino ad oggi – ho l’obiettivo da mercoledì – e ciò nonostante provo la stessa sensazione di pervasivo e pacato piacere che fino ad ora mi aveva donato solo la mia Hasselblad, con quella meraviglia che è il Planar 80 f2.8 di cui è dotata. Sospiro. Sogno un giorno di riprendere a usarla, ma oggi un dorso digitale che permetta una tranquilla attività in esterni è assolutamente al di là delle mie possibilità e, francamente, di ogni sensatezza.
Eppure penso che ho una voglia matta di fotografare, anche se questo desiderio cozza con la mia tendenza a centellinare gli scatti, a non fotografare ogni cosa in continuazione.
Sono un poco confuso, lo ammetto.
In assenza di luoghi nuovi da vedere, dovrò trovare il modo di reinventare quelli che conosco e che frequento più spesso: forse in questo modo riuscirò a togliere questo stupido blocco.
E riprendere a fotografare bene come so di saper fare.
A presto.
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